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Appunti di una signora poco diplomatica


Letture


8 maggio 2008

CERTI LIBRI

Ci sono libri faticosi da leggere, libri sofferti, libri dolorosi, libri che non si possono leggere tutto d'un fiato perchè fanno troppo male, come pugni violenti nello stomaco, libri che non fanno dormire, che incutono malessere, intossicano come un veleno, perciò vanno presi a piccole dosi, goccia a goccia.
Io che sono una divoratrice di libri, ho dovuto fermarmi, a un certo punto, troppo spesso ultimamente.
Mi è capitato, qualche mese fa, di percepire un doloretto allo stomaco. Non ci ho fatto molto caso. Presa da mille cose, dai problemi quotidiani, ho attribuito quel malessere allo stress, a qualche sigaretta di troppo, al caffè, a un colpo d'aria.
Ho notato, per caso, che il dolore si faceva più insistente mentre leggevo.
Man mano che andavo avanti nella lettura de "I complici" di Lirio Abbate e Peter Gomez e componevo, grazie a questi autori, la geografia del potere, avvertivo una stretta sempre più forte, un malessere generale, un'ondata che saliva sino in gola, un conato di vomito. 
Sono andata avanti faticosamente, dolorosamente. Ho arrancato tra le pagine di questo libro come se vorticassi su un ottovolante, la sensazione di nausea era la stessa. Perciò non potevo proseguire, a tratti dovevo soffermarmi, piegare un lembo della pagina a mo' d'orecchio, richiudere per tornare a respirare.
Come si fa, mi dicevo, a fingere di ignorare. A fare la brava cittadina coscienziosa, andare a lavorare, crescere i figli, preparare il pranzo e la cena, andare dal parrucchiere, incontrare gli amici, guardarsi allo specchio sapendo, sì, sapendo che oltre la facciata della democrazia, delle sane istituzioni, dei nostri doveri sociali e personali, c'è un verminaio, una schifezza, una simile porcheria?
In questo libro coraggioso dalla copertina nera ci sono i nomi e i cognomi dei mafiosi, di quelli noti e di quelli meno noti, degli sconosciuti, degli insospettabili o quasi, dei loro complici, dei collusi, dei politici, degli avvocati, dei rappresentanti dello Stato, dei massoni, degli imprenditori; c'è il disegno della loro rete relazionale, una rete dalla trama fitta, in cui i nodi sono così ben omogeneizzati, che infine è impossibile discernere la criminalità dal sistema istituzionale. La commistione tra criminalità e istituzioni costituisce la struttura del nostro Paese. Una struttura così ben congegnata che noi, all'interno, ne restiamo ingabbiati, allegramente stritolati .
E' la fusione della mafia con lo Stato...
Ma noi siamo lo Stato... E potenziamo il sistema. Ne foraggiamo i suoi massimi rappresentanti. Li premiamo, li votiamo, li mandiamo a gestire la cosa pubblica.  
Infine, in galera ci è andato Bernardo Provenzano. Gli altri, in buona parte, sono al Parlamento. 
"Gomorra", invece, mi ha fatto ghiacciare le mani e salire il sangue alla testa. 
La lettura del libro di Roberto Saviano è stata ancora più lenta. Più diffuso il malessere. Non mi ha preso lo stomaco, ma il sangue. Ci ho impegato qualche mese per arrivare alla fine. Sto invecchiando. Non ho più la capacità di assorbimento che avevo in passato. Sono diventata, forse, meno masochista. Invecchiando si sopporta meno il dolore.
Quello prodotto da Gomorra è un dolore sottile, ma devastante. Le sue pagine danno il senso del veleno in circolo.  Lo stesso che deve aver provato l'autore mentre le viveva, mentre le scriveva. Lui, però, ha scritto e in parte se n'è liberato. Ma se osservo il suo sguardo inquieto stampato in bianco e nero, capisco che l'uomo è ormai così profondamente segnato che deve, necessariamente, far qualcosa per tornare alla vita, per non lasciarsi risucchiare da una realtà insopportabile e crudele. Il lettore ne è trascinato. Io mi sono lasciata trascinare, ma ho dovuto, per preservare il mio equilibrio emotivo, fermarmi, darmi una calmata, prima di continuare. Un giorno, un paio di giorni dopo. Gomorra fa esplodere la rabbia. Ma non c'è possibilità di sfogo. E' una rabbia senza via d'uscita, che fa inacidire il sangue, scoppiare la bile.
Gomorra è un calice amaro, che va bevuto tutto, ma a piccoli sorsi, per non rimanere annientati. 
E' un libro che, come dice l'amico Bolognetti, dovrebbe esser letto nelle scuole. Va fatto. Concordo. Ci avevo già pensato. Lo farò. Ma ho bisogno di rileggerlo tutto. Devo assorbirlo, metabolizzarlo. Devo poter avere, come insegnante, il coraggio di dire agli alunni: ecco, questo è il mondo di merda che vi consegniamo.  


15 giugno 2007

LETTURE

 LA FORZA DEL PASSATO
di Sandro Veronesi

L'AVVOCATO DEI DIAVOLI
di Nino Marazzita

DICIASSETTE OMICIDI
PER CASO
di Ilaria cavo

IL POTERE DEI SOGNI
di Luis Sepulveda




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25 gennaio 2007

IL POTERE DEI SOGNI, LUIS SEPULVEDA E IL PATTUME IMPERANTE

   "Il potere dei sogni" di Luis Sepulveda è  una raccolta di memorie, riflessioni, discorsi pubblici, articoli apparsi sul “Manifesto” e sulla “Repubblica” nel 2005, quindi in pieno regime berlusconiano.

   E’ sconcertante rivedere oggi le considerazioni del militante cileno e rendersi conto che, ancora, siamo attanagliati nello stesso clima di accondiscendenza a Bush, di mistificazione della verità, di generale indifferenza della classe politica alle esigenze più vive della gente: pace, equità sociale,  giustizia, libertà.

   Il pattume imperante di cui dicevo nel post precedente, è forse l’esito della real-politik del tornaconto immediato, della pretesa di risolvere problemi nuovi con strategie vecchie, della scelta demagogica di un “rinnovamento” che non vuole intaccare i poteri forti. 

   “Sogniamo che un altro mondo è possibile e realizzeremo quest’altro mondo possibile”
afferma Luis Sepulveda. 

   La mancanza di  creatività al potere, ossia l’incapacità di immaginare  soluzioni alternative ai problemi, è senz’altro dovuta all’indebolimento degli ideali. E cosa sono gli ideali se non il sogno di un altro mondo possibile?

   "Viaggiando in lungo e in largo per il mondo
ho incontrato magnifici sognatori,
uomini e donne che credono con testardaggine nei sogni.
Li mantengono, li coltivano, li condividono, li moltiplicano.
Io umilmente, a modo mio, ho fatto lo stesso." 

   Come non rimanere incantati da queste parole? Non scaturiscono da una costruzione letteraria, ma dalla vita stessa di Luis Sepulveda. Basterebbe dare  un'occhiata alla biografia di questo autore, per rendersi conto che l’impegno costa dolore, ma che il dolore non sarebbe sopportabile senza il sogno di un altro mondo possibile…

   Questo libro è un condensato di sangue e di speranza. Nessuna concessione alla nostalgia, anche quando il ricordo del passato si fa struggente. La memoria delle battaglie vinte e perse giustificano la critica al presente, rendono più forte la denuncia e rafforzano il sogno. 
   Scrive Sepulveda nel marzo del 2005:

   (…) Quale giustificazione offriranno gli Stati Uniti al governo italiano, altra forza di occupazione in Iraq che ha già perso a sua volta troppi uomini, troppi Italiani tornati in patria dentro un sacco di plastica?
Berlusconi avrà la faccia tosta di dire ai familiari di Nicola Calipari e degli altri due italiani feriti che sono stati raggiunti da “fuoco amico”?
   (…) Ogni nuovo giorno di permanenza delle forze militari in Iraq è un atto di vassallaggio e di complicità, più che con una nazione potente, con un gruppo di esaltatori dell’imperialismo – Bush, Rumsfeld, Wolfowitz, Cheney, Rice – che pretende di imporre un’idea messianica dell’ordine internazionale, un ordine basato, però, sulla forza e sull’aggressione imperialista.

   E’ vergognoso il silenzio che poi è calato sul caso Calipari e che  l’Italia, oggi,  conceda a Bush  l’ampliamento delle basi militari di Vicenza e Sigonella, mentre ancora Bush chiede all’America altri 20.000 uomini da mandare in Iraq.
   E’ vergognoso che le grandi potenze programmino la  militarizzazione dello spazio, mentre ancora milioni di uomini e donne su questo pianeta lottano contro la fame e le malattie. 
   Mancanza di creatività al potere, incapacità di sognare un mondo alternativo possibile, più giusto, meno sofferente, meno autodistruttivo.
   N
ell’era della globalizzazione, assistiamo all’omologazione profetizzata da Pasolini, l’entropia borghese che tutti gli ideali avrebbe livellato. Anche questo è il pattume imperante al quale mi riferivo, dal quale dobbiamo cercare di uscire, strattonando - se necessario - il governo che abbiamo voluto. 
   Non bisogna lasciarsi fiaccare dalla scontentezza. Anzi, l’impegno deve farsi più duro. Credo Sepulveda voglia dire questo, quando scrive:

   Che le parole “Compagna” e “Compagno” suonino come una carezza. Beviamo con orgoglio il vino degno delle donne e degli uomini che hanno dato tutto, hanno dato tutto e hanno pensato che non era ancora abbastanza.


Per conoscere qualcosa sulla vita di Luis Sepulveda, consultare il sito:

http://it.movies.yahoo.com/artisti/s/luis-sepulveda/biografia-104080.html


8 luglio 2006

DICIASSETTE OMICIDI PER CASO

   Ilaria Cavo, giornalista, si occupa principalmente di cronaca nera e giudiziaria. Nel 2003 ha intervistato in esclusiva Donato Bilancia, serial killer, avviando con lui una lunga corrispondenza segnata da sei incontri in carcere.
   In “Diciassette omicidi per caso” la Cavo cerca di ricostruire la storia di Bilancia, autore di 17 omicidi in sette mesi; le vittime: donne che viaggiavano da sole sui treni, prostitute, gestori di bische, cambiavalute, metronotte e gioiellieri. Omicidi, appunto, per caso, tanto che la definizione di serial killer sembrerebbe forzata. I criminologi faticano a definire quest’uomo, assassino improvvisato, sperimentatore di morte.

   Si potrebbe dire che Bilancia uccide semplicemente perché scopre che è facile farlo; dopo i primi omicidi, procede, con ritmo incalzante, armato di una P38, giungendo – poco prima dell’arresto – a collezionare una vittima ogni due giorni.

   Ilaria Cavo cerca di inquadrare il personaggio, tratteggiandolo nelle sue caratteristiche più appariscenti e facendo risalire le cause del comportamento criminale ad una ferita narcisistica subita nell’infanzia, ma il libro, nel complesso, è freddo, cronachistico, privo di spessore e di profondità, proteso più allo scoop che all’indagine seria. Un libro che si legge e si dimentica. Non si dimentica, invece, l’omicida, Donato Bilancia, dichiarato comunque sano di mente e lasciato a scontare la sua pena nel carcere.

   Alcuni interrogativi sono d’obbligo: può una mente sana uccidere senza movente, per il solo gusto di uccidere? E d’altro canto sappiamo che non sempre i crimini possono essere spiegati in termini patologici, che la mancanza di senso etico e morale non è un disturbo mentale e che alcuni individui, semplicemente, provano piacere facendo del male.
   Tuttavia… certi comportamenti pongono almeno una questione educativa: può bastare la pena?
   Il carcere non rieduca, lo sappiamo. E la pena non risolve il problema.

   Ilaria Cavo è convinta, come i periti che lo hanno esaminato, che Bilancia sia sano di mente, perciò non accoglie le richieste d’aiuto dell’uomo, né si chiede che tipo di persona sarà dopo che avrà scontato la pena. E’ fredda e quasi meccanica nel suo reportage.
   E finché Bilancia rimarrà dietro le sbarre, potranno bastare sdegno e condanna.


26 maggio 2006

L'AVVOCATO DEI DIAVOLI

L’avvocato dei diavoli è Nino Marazzita, avvocato penalista che ha seguito alcuni tra i più importanti fatti giudiziari che hanno sconvolto la storia italiana degli ultimi quarant’anni.
Nel suo libro, scritto con Matilde Amorosi, ripercorre la sua carriera, presentando una galleria di personaggi che hanno segnato la storia del crimine: Donato Bilancia, reo confesso di 17 omicidi; Pietro Pacciani, assolto dall’accusa di aver commesso gli omicidi attribuiti al mostro di Firenze; Michele Profeta, macchiatosi di due omicidi; Alivebi Hasani, il pastore macedone colpevole di aver ucciso due ragazze dopo averne stuprato una; Katharina Miroslawa, ballerina polacca, accusata di aver ucciso l’amante, il facoltoso industriale Carlo Mazza; Tullio Brigida, il padre che uccise i suoi tre figli; Marco Caruso, il quattordicenne che uccise il proprio padre.
Ma “l’avvocato dei diavoli” è stato anche difensore di parte civile nel processo per l’assassinio di Pier Paolo Pasolini e in quello per il massacro del Circeo; ha rappresentato la vedova di Aldo Moro e la figlia Maria Fida nei processi contro le Brigate Rosse; ha assistito la famiglia Bianchi per la morte della giovane Milena, uccisa durante una vacanza in Tunisia.
Nel suo libro, Marazzita spiega le motivazioni profonde del suo viaggio nell’inferno, tentando con sensibilità e curiosità intellettuale di spiegare il crimine dal punto di vista di chi l’ha commesso, ma anche dal punto di vista di chi l’ha subito. Sconvolge rendersi conto che spesso il demone non risparmia la vittima sopravvissuta. E’ il caso di Donatella Colasanti, miracolosamente scampata al massacro del Circeo, ma rimasta poi intrappolata nell’odio mortale per i suoi carnefici.
Alcune domande s’impongono durante la lettura di questo libro, man mano che i “mostri” ci vengono presentati in tutta la loro squallida e insensata cattiveria: è il male che agisce in loro o la follia? Può la follia divenire un alibi per giustificare la pura e semplice cattiveria? Può il “mostro” essere redento con la punizione e l’espiazione, oppure andrebbe curato? La cattiveria è una patologia?
Marazzita non ci dà delle risposte, ma ci porge forse una chiave di comprensione ed un sostegno per non sprofondare nel pessimismo e nella confusione tra ciò che è bene e ciò che è male. 
Bene supremo, secondo l’autore, è la ragione. Gli istinti perversi sono presenti in ogni essere umano, solo la ragione riesce ad imbrigliarli. Quando l’uomo fallisce in questo scopo, diventa un criminale. Delinquere, secondo Marazzita, non è mai una manifestazione d’intelligenza. Il genio crudele non esiste e il male ha un’alta componente di stupidità. L’intelligenza si coniuga sempre con la comprensione, che è parte integrante della bontà.

L’avvocato dei diavoli
Nino Marazzita con Matilde Amorosi
Rizzoli


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12 luglio 2005

LA FORZA DEL PASSATO

   A fare i conti col passato ci si rimette sempre, ma si guadagna in verità. Ammesso che si abbia il coraggio di accettarla. Questa, in estrema sintesi, la conclusione del romanzo (appena finito di leggere) “La forza del passato” di Sandro Veronesi, dal quale è stato tratto, nel 2002, l’omonimo film (che non ho visto) con Sergio Rubini.
   Ma dove porta la verità sul passato? Sicuramente ad una maggiore consapevolezza di ciò che si è, senza però eccedere in valutazioni troppo severe che potrebbero indurci alla distruzione dei significati sui quali ci siamo retti e su cui abbiamo costruito la nostra esistenza (con il rischio di perdere tutto senza nulla ricostruire). Il che non significa continuare a non vedere, ma recuperare ciò che di “buono” nella menzogna abbiamo vissuto. E da lì, magari, ripartire.      
   Semplice?

P.S. del 14 luglio: Questo è quanto ho dedotto dal romanzo. Il mio pensiero è molto meno indulgente.




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